IL SIGNIFICATO

Simbolo Ju

JU: Morbido, Cedevole, Arrendevole

Simbolo Jitsu

JITSU: Arte, Tecnica

LA NASCITA DELLO JU-JUTZU

Risalire alle origini ed alla cultura di un popolo, soprattutto quando si parla del popolo giapponese, è una cosa assai ardua ed alquanto difficile, se non impossibile, data dalla mancanza di documentazione attendibile per basare le proprie ricerche su frammenti la cui validità storica è molto dubbia.

La dottrina delle Arti Marziali non ci fornisce quindi dati precisi ed anche i trattati più antichi parlano di tecniche e di pratiche già allora antiche.

Dai secoli precedenti l’Era Cristiana sino intorno al 700 d.C., in Giappone, non si può ancora considerare la presenza di quelle vere e proprie Arti Marziali che videro la loro massima espansione nei secoli corrispondenti al nostro Evo Moderno, che fu per il Giappone un’appendice economica, politica e culturale di un Medio Evo protratto sino al XIX Secolo.
Sino ai primi anni dell’ VIII Secolo d.C. il Giappone vive quindi il cosi detto Chikara Kurabe (periodo delle prove di forza), il quale è visto come l’introduzione a qualsiasi racconto storico o fantastico in cui si voglia far spiccare ciò che di più naturale vi è nella storia dell’uomo.
In questo lunghissimo periodo l’unica pratica marziale risiedeva in un complesso di sfide al tiro della fune, nel sollevamento di pesi particolarmente gravosi e nella lotta non codificata, talvolta all’ultimo sangue.

Tutte le opere della storia o della fantasia giapponese non trascurano di citare l’incontro che avvenne nel settimo anno dell’imperatore Suinin, tra Kuehaya, guardia imperiale e Nomi-No-Sukune di Izumo.

Incontro che non aveva regola alcuna, tanto che sopravvisse solo Nomi-No Sukune, che sollevato l’avversario sopra la testa gli spezzo le reni scaraventandolo al suolo con inaudita potenza.

Tale era l’importanza dell’incontro, che il villaggio in cui si svolse il combattimento prese il nome di “Villaggio delle reni spezzate”.

Lo stesso Nomo-No-Sukune che venne elevato di rango, fu l’artefice di una prima modificazione delle regole della lotta per far si che fosse possibile lo svolgimento di combattimenti da cui i contendenti potessero uscirne almeno vivi.

In questo periodo vennero gettate le basi per una codificazione delle tecniche di combattimento.

Sino all’introduzione in Giappone del Buddismo, l’allora dominante religione Shin-To considerava il risultato delle lotta come una decisione insindacabile degli dei nelle risoluzioni delle vertenze fra i vari clans.

Successivamente alla Chikara Kurabe è la Sumai No Jidai (era del Sumo).

Tale epoca, che si estende sino alla seconda metà del XII Secolo, è conseguente alla nascita del Bushi, la casta guerriera.

La lotta entra dunque a far parte della vita sociale e religiosa nonostante la sua funzione ludica e spettacolare.

Non c’è solo questo aspetto, tuttavia vediamo infatti una linea di sviluppo anche dal punto di vista militare, la lotta veniva usata per la selezione degli uomini forti che dovevano fare parte della Guardia Imperiale o di eventuali corpi scelti.

Siamo quindi in una importante fase di sviluppo nella lotta , che diviene cultura dei militari, di una classe cioè che doveva assumere in breve tempo il potere nel paese e che contemporaneamente permetteva una naturale evoluzione tecnico-pratica delle forme di combattimento fino allora usate; sarà questo l’elemento determinante dello sviluppo di tutte le forme di combattimento antiche e moderne che vanno sotto il nome di Bu-Jutsu con o senza l’uso delle armi.

Sono questi i secoli in cui i Bu-Shi (guerrieri nobili) ed i Samurai (guerrieri di professione al servizio di un signore) vivono un loro periodo aureo legato alla loro esclusiva capacità di combattere in “vesti di ferro”.

La guerra Genpei è il naturale sviluppo di questa particolare situazione; la guerra tra i Taira ed i Minamoto divampa nell’ XI Secolo e vede le due casate guerriere combattersi per la conquista del potere, entrambi forti della loro discendenza o parentela imperiale.
Minamoto Yoshiie troneggia come personaggio di grande abilità, come guerriero spietato ed accorto, ma giusto e leale con i propri fedeli subordinati.

Yoshiie inviava le teste dei nemici uccisi a Heian, ed allo stesso modo distribuiva con giustizia le terre ai suoi fedeli vassalli, legandoli in tal modo al proprio servizio.
Servire era l’anima del codice d’onore dei Samurai, tuttavia l’idea del servire era ancora rivolta all’Imperatore, tanto che la classe samuraica si stava proiettando verso i vertici del potere quasi inconsapevolmente.

Sui campi di battaglia i guerrieri, i Samurai, si affrontano nel combattimento a mani nude e con le armi bianche.

Mancano ancora parecchi secoli all’introduzione ed allo sviluppo delle armi da fuoco, si combatte uomo contro uomo ed i fabbri e gli artigiani del tempo, affinano le tecniche della fabbricazione delle spade giapponesi, le Katane, le cui forme e fogge possiamo ancora ammirare ai nostri tempi.
Non vi è tregua per gli eserciti, dalle invasioni mongole della fine del XIII Secolo al periodo delle grandi guerre tra la Corte Settentrionale di Kyoto e la Corte Meridionale di Yoshino, fino alle guerre Onin ed alle lotte endemiche in tutto il paese.

Dall’insurrezione contadina nella provincia di Yamashino sino al periodo Momoyama, chiamato anche “periodo del paese in lotta”, è un susseguirsi di sconvolgimenti politici e sociali che avrebbero portato inevitabilmente ad un definitivo assetto del paese ma che nel frattempo determinano il pieno sviluppo di quella casta guerriera che avrebbe continuato a dominare fino alla restaurazione Meiji.

Dopo l’assassinio di Nobunaga, Hideyoshi unifica il paese e disarma il Giappone, tendendo ad una definitiva sistemazione interna che aprirà la strada alla fondazione dello Shogunato Tokugawa da parte di Ieyasu che promulga i Buke-Shohatto (leggi delle classi militari).

La società militare giapponese ha in questo periodo il massimo potere ed il lungo periodo di pace interna che attende il Giappone risulterà essere determinante per la storia delle Arti Marziali.

I Secoli compresi fra la seconda metà del cinquecento e la seconda metà dell’ottocento, rappresentano il Ju-Jutsu No Jidai (era del Ju-Jutsu).

Con la fine delle guerre civili, centinaia di migliaia di Samurai vagano senza padrone e si adattano, alla meglio, alla vita di Ronin.

In questo periodo il Ju-Jutsu rappresenta l’eredità delle più prestigiose tradizioni dell’arte della guerra giapponese.

Sui principi filosofici ed etici del Bu-Shi-Do (via del guerriero) si valorizza il messaggio educativo dell’Arte Marziale, senza nulla togliere alla spettacolarità sportiva ed alla difesa personale.

Bisogna infatti considerare la posizione sociale degli uomini d’armi che si trovano completamente sprovvisti di lavoro.

Pur considerando il grande spirito di adattamento del Bushi, solo i migliori riescono a mettere a frutto la loro esperienza insegnando la conoscenza acquisita sul campo di battaglia.

Queste persone sono di varie estrazioni sociali.

Dal XVI Secolo in poi si ha una fioritura di scuole di Arti Marziali che non differiscono sostanzialmente tra loro, ma che tendono a distinguersi per le caratteristiche specifiche del caposcuola o per la sua specializzazione nell’uso delle armi o nell’impiego delle tecniche.

Non si può parlare di specializzazione nei termini oggi usati, poiché si tratta di Ju-Jutsu nel significato più completo del termine, infatti in tutte le scuole si praticano tecniche di proiezione, di controllo, colpi con pugni e calci, strangolamenti, leve alle articolazioni, anche se ogni scuola predilige più una parte o più l’altra.

Le pratiche di lotta usata dalle varie scuole avevano la caratteristica di essere spesso mortali o comunque assai pericolose.

Lo spirito di queste scuole non teneva in gran conto l’incolumità del combattente e non raramente si verificavano scontri cruenti tra diversi gruppi con il conseguente annientamento degli uni o degli altri.

I Bu-Shi, nonostante fossero nobili, prediligevano la convivenza con le privazioni e le fatiche di un proletariato agricolo dal quale assimilavano una scuola di vita finalizzata al mantenimento dell’efficienza fisica e all’elevamento dello spirito.

Esisteva ancora la pratica suicida dell’Hara Ki Ri a cui si ricorreva per rimediare ad un errore commesso o per dimostrare fedeltà ad una causa persa.

Il Ju-Jutsu è anche denominato “dolce arte” in quanto al significato della parola composta “Ju-Jutsu” nella lingua giapponese, che è una lingua ideogrammatica, cioè tramite segni, significa “Ju = flessibilità, morbidezza” mentre “Jutsu = tecnica”, traducendo in italiano corrisponde a “tecnica delle flessibilità”, la stessa flessibilità dei rami del salice che, curvi sotto il peso della neve, la scaricano a terra e tornano nella loro posizione originaria.

Il Ju-Jutsu, naturalmente, non è l’unica Arte Marziale sgorgata grazie all’attenzione dell’uomo verso il regno vegetale o animale, un’altra è il Kara-Tè che molto probabilmente è di derivazione indiana, ha avuto un grande successo in Cina e poi è stata importata dalla Cina all’isola di Okinawa.

I giapponesi la chiamavano prima To-De (mano della Cina), poi successivamente Okinawa-Tè (mano di Okinawa), oggi viene chiamata in tutto il mondo Kara-Tè che significa “mani vuote”.

Sul concetto di “vuote” non si deve intendere solo come disarmate, ma anche e soprattutto, vuote da quella tensione incompatibile con tutte le Arti Marziali.

Confrontando un’Arte Marziale non giapponese col Ju-Jutsu, notiamo un denominatore comune: il concetto di morbidezza, di non tensione, di rilassamento.

Nel Ju-Jutsu è quindi il salice ad ispirare la tecnica, nel Kara-Tè, il gatto, il cavallo, il serpente, ecc.
Si rileva dalla ”Tesi sull’essenza ed etica del Ju-Jitsu” del Maestro Michele Albanese durante lo Stage Nazionale di Numana del settembre 1990: “Osservando i cuccioli dei felini, quando giocano, assecondano vicendevolmente le spinte abbandonandosi , in un corpo unico, alla forza di gravità”.

Non si può quindi considerare il Ju-Jutsu un semplice complesso di tecniche finalizzate al combattimento, anche se in Giappone negli anni a cavallo fra l’ottocento ed il novecento, il Ju-Jutsu per una serie di cambiamenti culturali, lasciò gradualmente il posto alla scuola del Maestro Jigoro Kano, tutt’oggi non possiamo misconoscere quanta storia e quanta filosofia risiedano in quei due ideogrammi sgorgati dalla mente di un uomo che osserva un salice.

All’inizio del XX Secolo in Giappone si viveva l’epoca denominata Ju-Do No Jidai (era del Ju-Do) e ormai le vecchie scuole dell’antica arte del Ju-Jutsu stavano cedendo terreno dinanzi alle più moderne concezioni che, da molti anni, costituivano il fardello di studio ed insegnamento del Maestro Jigoro Kano.

IL JUJITSU IN ITALIA

In questo periodo fra i marinai italiani stava prendendo campo la tendenza ad acquisire le Arti Marziali nei porti del Giappone ed a farsi riconoscere al Ko Do Kan il grado di preparazione conseguito.

La Regia Marina Italiana cominciò a valorizzare quei militari che si sacrificavano per imparare il Ju-Jutsu e lo Ju-Do, così nel 1908 i sottufficiali Piazzolla e Moscardelli presentavano un saggio dei loro studi orientali dinanzi alla famiglia reale.

Per notizia storica: il Re Vittorio Emanuele III sin da ragazzo venne affidato dal padre l’allora Re Umberto I, al colonnello Osio, il quale divenne l’educatore del Principe di Napoli ed applicò modi ed insegnamenti molto rigidi ma indubbiamente moderni e di avanguardia.

Vittorio Emanuele III dimostrò una certa disponibilità verso quelle Arti Marziali che, nell’Italia dell’epoca, cominciavano ad essere conosciute e sempre nel 1908, a bordo di una nave militare, volle premiare personalmente con una medaglia d’oro il marinaio Porro che molto aveva dato alla Regia Marina nel campo delle discipline orientali.

La Federazione Italiana di Ju-Jutsu e Ju-Do nasce nel 1925 e si da, quale presidente, Giacinto Puglisi, già segretario della Federazione Atletica Italiana, ma nel dicembre 1926, la Federazione Italiana di Ju-Jutsu e Ju-Do cambierà denominazione in Federazione Italiana Lotta Giapponese, questo in quanto nel 1926 il regime fascista mira ad eliminare tutti i vocaboli stranieri.

Nel caso osservato, voler ad ogni costo considerare sotto un’unica denominazione “Ju-Jutsu” e “Ju-Do”, significa ignorare completamente la differenza sostanziale che esiste fra tradizionalismo e finalità sportiva, significa particolarmente creare una confusione che, oltre a non rendere affatto un buon servizio al Ju-Do ed al Ju-Jutsu, neppure è in grado di renderlo alla lingua italiana che, nonostante la sua armonia e la sua ricchezza di vocaboli, non ha, in allora, impiegato tutta la sua potenzialità nel coniare due diversi termini per tradurre due differenti parole straniere.

Nel 1929 la Federazione Italiana Lotta Giapponese viene sciolta dal C.O.N.I. e le sue attività vengono inquadrate nella Federazione Atletica Italiana assieme a quelle della lotta greco-romana, della lotta libera e del sollevamento pesi.

Impossibile continuare a tali condizioni, vedendo annullata ogni spiritualità propria delle Arti Marziali; impossibile vedere “la dolce arte” ridotta ad una mera scuola di lotta se non, addirittura, ad una “disciplina di forza”.

IL MAESTRO GINO BIANCHI

Veniamo ora a colui che codificò ed insegno in Italia il Ju-Jutsu con la denominazione di Metodo Bianchi.

Il Maestro Biagio (Gino) Bianchi nasce a Genova il 14 giugno 1914 da Scarsi Giacomina e da Ciriaco Bianchi, detto Ninello. Lo pseudonimo di “Gino”, come è chiamato il Maestro Bianchi è stato dettato dall’avversità che Lui aveva per il suo nome Biagio.

Gino divenne quindi un mito nel Ju-Jutsu genovese che per anni risentì dell’influenza di quest’uomo che imparò il Ju-Jutsu nell’Estremo Oriente, ne adattò alcuni aspetti alla cultura occidentale, lo insegnò durante le

Sue ore libere ed iniziò a formare una generazione di giovani con i quali divulgò l’Arte Marziale e ne chiarì i mille interrogativi che, intorno ad essa, potevano allora esistere.

Arruolato nel Battaglione San Marco, nel 1935 Egli si trovava in Cina nella caserma Carlotto di Tien Tsin, secondo quanto Egli raccontò al Maestro Alberto Capacci, apprese l’Arte Marziale proprio in quel periodo; i soldati italiani, a Tien Tsin, avevano quartiere vicino ai soldati giapponesi che praticavano le Arti Marziali e non di rado accettavano anche di insegnarle a quei militari alleati che dimostravano interesse per il Bu-Do.

Il Maestro Bianchi imparò il Ju-Jutsu dai giapponesi e venne poi richiamato allo scoppio della seconda guerra mondiale, sua figlia, la Maestra Bruna Bianchi, che dopo il compimento dei 14 anni entrò nel mondo del Ju-Jutsu divenne una fra le poche donne Kase-Ito

Il Ju-Jutsu era lo scopo della Sua vita al punto che, quando morì, i Suoi allievi lo vestirono nel Kimono da cerimonia.

Nel 1946 Gino iniziò i primi passi sulla via dell’insegnamento e naturalmente dove scarseggiavano i generi di prima necessità non si potevano trovare in commercio i Kei-Ko-Ghi che ancora oggi gli allievi del Maestro Bianchi chiamano “Kimoni” perché il Maestro li chiamava così.

Il Kimono è un indumento unico, una vestaglia molto elegante e signorile, il Kei-Ko-Ghi è invece un indumento che si usa nella pratica (Kei-Ko) delle Arti Marziali e costituisce una divisa (Ghi) composta da giacchetta e pantaloni.

I primi Kimono che furono usati dagli allievi del Maestro, li fabbricò Sua sorella Giuseppina, la quale disegnò un prototipo ed iniziò a fabbricarli a mano.

Gli anni cinquanta furono veramente anni di divulgazione e ne Gino Bianchi ne i Suoi allievi intesero risparmiare se stessi.

Il Ju-Jutsu era spesso e volentieri confuso col Ju-Do ed il Maestro Bianchi si adoperò al massimo delle sue potenzialità per sottolineare le differenziazioni ed in quel momento iniziarono i presupposti per una lunga serie di polemiche fra Ju-Jutsu e Ju-Do che a tutto servirono e servono, fuorché a definire un’immagine di severità e rigore delle Arti Marziali nel loro globale contesto filosofico.

Il Maestro Bianchi insegnava che l’Arte Marziale si pratica in silenzio, che tutto comincia con un saluto, che l’umiltà è la regola per chi vuole addentrarsi nel mondo allora semi-inesplorato del Bu-Do.

Gino Bianchi ed il gruppo primogenito dei Suoi allievi, compresero a fondo la necessità di diffondere, anche in termini coreografici, gli aspetti più palpabili del Ju-Jutsu, nacquero così i “Kase-Ito”.

In giapponese “Kase” significa vento, “Ito” significa uomo quindi erano gli “uomini vento che si esibivano nell’accademia, nel Ka-Ta, nelle cadute e soprattutto nelle tecniche volanti.

Il termine “Jitsu” e non “Jutsu” come nell’antico Giappone, viene forse importato dallo stesso Maestro Bianchi e accompagna tutti i praticanti di tale Arte almeno sino agli anni settanta inoltrati, periodo in cui, i Maestri giapponesi, fecero osservare agli italiani l’errore di pronuncia.

Il Ju-Jitsu è tutt’oggi insegnato come metodo di difesa personale nelle palestre della Polizia di Stato.

Lorenzo Carbonero

Maestro V° DAN HENKA di JU-JITSU

Maestro V° DAN CSEN/CONI di JU-JITSU

Simbolo Scuola del Salice - Jujitsu Torino

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